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Da oggi nelle sale ‘Bohemian Rhapsody’: il film che celebra Freddie Mercury

Mamma mia c’è Freddie Mercury al cinema. Dopo mille traversie produttive, tra cui il licenziamento del regista Bryan Singer (causa molestie ad un minorenne) e l’abbandono di Sacha Baron Cohen (originariamente protagonista assoluto), Bohemian Rhapsody, il biopic su Mercury e sui Queen uscirà nelle sale italiane il 29 novembre.

E se negli Stati Uniti dopo tre settimane i 127 milioni d’incassi lo portano ad essere il secondo biopic su un personaggio musicale più visto di sempre (il primo è Straight Outta Compton sugli N.W.A., il terzo I walk the line su Johnny Cash), Bohemian Rhapsody è uno di quei film che fanno andare in solluchero i fan, ma che si mettono d’impegno a far storcere il naso ai critici.

Intanto al centro del discorso, delle oltre due ore di durata, più che Freddie c’è la “famiglia” dei Queen, e più che i Queen c’è la performance della band e di Freddie al Live Aid organizzato da Bob Geldof allo stadio di Wembley il 13 luglio 1985. Questo per dire che la tensione dell’opera sembra finalizzata ad arrivare e mostrare quello sforzo performativo fin dal prologo. L’attesa dell’evento, il clamore dello slot Queen che fece la storia della musica perché su quel palco di fronte a 100mila persone Mercury, May&Co.furono inarrestabili. Punto e a capo.

Farroukh Bulsara, figlio di immigrati zoroastriani di Zanzibar, scarica valigie ad Heatrow. Siamo nel 1970 a Feltham, sobborghi ad ovest di Londra. Un paio di battute nel salotto di casa (e già si sottolinea il fatto che Freddie non presenta mai ai genitori delle ragazze…) e piombiamo nel retropalco di un mini concertino degli Smile, Brian May e Roger Taylor (John Deacon arriverà dopo). Il “paki” con quattro anomali incisivi per nascita sorprende tutti in fatto di vocalizzi e in men che non si dica diventa il frontman del gruppo. Keep yourself alive, Killer Queen, Somebody to love, i tour, la mezza asta del microfono che rotea in mano a Mercury, i riff di May: dal 1973 al 1978 un album all’anno e concerti annessi (di successo) soprattutto negli Stati Uniti.

In mezzo c’è Bohemain Rhapsody, il famoso brano da sei minuti che nessuna radio avrebbe mai trasmesso, la scommessa musicale dei Queen, la giocata che fa saltare il banco. Da lì non poteva essere che tutta discesa, ma Mercury fa le bizze, il manager amante Paul Prenter lo trascina verso una carriera in solitaria, ma tutto si ricuce in vista del Live Aid nonché della malattia di Freddie, quell’AIDS che se lo porterà via nel 1991. La cavalcata dei successi è rapida, ritmata, elettrizzante.

Ma se fai un biopic che ha Mercury in scena praticamente tutto il film non puoi evitare il suo stile di vita fuori dagli schemi, iperbolico, oltre ogni formalità sociale e sessuale. In questo il film ha uno sguardo francamente moralista, abbastanza inatteso. Se dapprima Mercury si innamora e convive con Mary Austin (Lucy Boynton), quella che rimarrà la “persona più importante della sua vita”, la pulsione omosessuale fa capolino, viene confessata alla “moglie”, porta alla separazione (la doppia casa a duecento metri comunicante attraverso le finestre), infine degenera in party/orge con fiumi di cocaina da cui scappano May e soci.