Fabrizio Corona aggredito dai pusher nel «bosco della droga» di Milano

Era arrivato con una troupe televisiva per girare uno speciale sullo spaccio. Il suo racconto: «Preso a pugni in faccia, mi hanno strappato il giubbotto e il maglione, hanno continuato a inseguirmi, sono caduto in un dirupo…» «Stanno uccidendo Corona, lo stanno uccidendo!». Alle 22.30 di lunedì una pattuglia dei carabinieri percorreva via Sant’Arialdo, a una cinquantina di metri dalla stazione ferroviaria dell’Alta velocità, impegnata nei controlli sul perimetro del bosco della droga di Rogoredo. All’altezza del cavalcavia Pontinia c’erano delle Land Rover parcheggiate e circondate da tossici. I carabinieri hanno pensato — è già successo — a una trappola contro gli automobilisti per derubarli.

Ma quei tossici aspettavano qualcuno cui chiedere aiuto. Un uomo ha alzato le braccia e ha iniziato a urlare, raccontando che Fabrizio Corona era stato assalito dai pusher. I carabinieri sono entrati e hanno trovato il 44enne senza maglia né giubbotto, sdraiato a terra, con una leggera ferita al volto. L’hanno accompagnato all’esterno e chiamato un’ambulanza, che ha rifiutato. Non è grave ma secondo la sua versione, che all’una di notte non aveva ancora voluto mettere a verbale, ha rischiato di morire ammazzato.

Questa è la cronaca che Corona ha reso al Corriere nel buio del bosco, accompagnato dagli stessi carabinieri e impegnato a cercare il cellulare, rubato oppure perso durante quei lunghi minuti: «Ero con la troupe di una società che fornisce materiale per la trasmissione “Non è l’Arena” di Giletti.

Io volevo documentare lo spaccio di droga in un posto dove spesso le forze dell’ordine non entrano… Avevo una telecamera nascosta e insieme a un ragazzo mi sono addentrato nel bosco. In cima a una collina, ho trovato due persone, che si sono fatte subito avanti con fare minaccioso…

Mi hanno riconosciuto, sia io che il ragazzo abbiamo rimediato dei pugni in faccia… I due hanno dato l’allarme e sono comparse dal nulla altre decine di persone, forse cinquanta, forse trenta… C’erano albanesi e nordafricani… Mi sono ritrovato un coltello puntato addosso… Mi hanno strappato il giubbotto e il maglione, hanno continuato a inseguirmi, sono caduto in un dirupo…».

La troupe (proprietaria di quelle Land Rover) era formata da sei dipendenti. Tutti illesi. I carabinieri li hanno ascoltati per ricostruire la vicenda nella sua reale interezza. Forse Corona aveva dei microfoni nascosti. Gli spacciatori hanno la lama facile e controllano fisicamente questa vergogna di Milano dall’enorme giro d’affari. Un luogo di pericoli, regolamenti di conti, morti. «Sì, lo so, ho fatto l’ennesima “coronata”. Ma questa volta non sono io il colpevole».