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Tifoso morto, la toccante lettera della moglie

Il cane abbaia dietro la porta di casa ma la zona, nel primo pomeriggio, è in silenzio. Una via in salita a Morazzone, a un quarto d’ora da Varese, sbocca in una corte, una di quelle che si usavano una volta, in Lombardia e non solo. Al centro un grande cortile, intorno una decina di case e sulla prima, un nome sulla cassetta delle lettere: D. Belardinelli.

Daniele, oppure Dede per gli amici della curva, abitava qui. L’auto bianca arriva nel primo pomeriggio, lenta, e parcheggia davanti alla porta. Scendono due ragazze, poi una donna, ma il silenzio ancora non si rompe, perché in queste situazioni in fondo non c’è niente da dire. Cristina, la moglie di Belardinelli, esce per rispondere a qualche domanda dei giornalisti e ovviamente, comprensibilmente, giustamente, piange: “Era una brava persona, gli volevano tutti bene – dice -.

Mio marito era solo un grande lavoratore. La casa, le due macchine di proprietà e il furgone sono il frutto del suo lavoro. Se chiedete in giro vi diranno tutti che era una brava persona”. E sulla serata di mercoledì, una frase semplice: “Sapevo che si sarebbe trovato con gli amici per andare allo stadio. Andare allo stadio gli piaceva, certo, ma non ha mai fatto male a nessuno”. Intorno a lei i figli adolescenti e qualche amico.PALLONE E DASPO — Daniele Belardinelli era del 1979, non del 1983 come si è scritto nelle prime ore di ieri, e aveva 39 anni.

Era cresciuto a Varese, poi aveva abitato in provincia. Chi lo conosce da piccolo racconta di ore passate a giocare a calcio sotto casa perché il pallone è stato una sua grande passione, presto da leader del tifo organizzato più che da giocatore. Era uno dei leader dei Blood Honour, la curva del Varese, ragazzi di destra con il Como come rivale numero uno e un gemellaggio storico con i tifosi dell’Inter.

“Era un grande interista, come quasi tutti noi del resto”, ha raccontato un vicino di casa a VareseNews, sito storico per la città e la provincia. La passione più forte però era per il Varese. Da anni Daniele era un riferimento per la curva biancorossa e per la società, che lo consultava nel dialogo tra club e ultrà. A separarlo dallo stadio, negli ultimi anni, soltanto i Daspo, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive. Belardinelli era stato “daspato” – così si dice – per due volte, restando lontano dal Franco Ossola per diverse stagioni.

L’11 novembre 2007 era tra i tifosi varesini che si erano scontrati con la polizia dopo Varese-Lumezzane, partita della vecchia C2. Era il giorno dell’omicidio Sandri e gli ultrà del Varese non volevano che la partita si giocasse. Seguirono minuti di tensione, in cui Belardinelli colpì Sean Sogliano, all’epoca direttore sportivo del Varese, poi conosciuto anche come uomo mercato del Verona. Quell’episodio generò un provvedimento: un Daspo di cinque anni, raddoppiato nel 2012 per gli scontri ai margini dell’amichevole Como-Inter. Negli ultimi mesi però Daniele non era sottoposto a misure, era libero di andare allo stadio anche se era per lui era stato deciso l’affidamento in prova al servizio sociale, una pena alternativa al carcere prevista dalla legislazione italiana.